Il piacere della stroncatura

Che cosa c’è di più divertente di una recensione negativa?

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Come ben sanno gli autori televisivi e i direttori dei quotidiani, non c’è niente di meglio di una bella polemica per fare audience e pagine viste. Il critico letterario è una specie a rischio, se non proprio in via d’estinzione, eppure proprio in questa nicchia si trovano alcune delle letture più divertenti di tutte: le recensioni di libri che, per un motivo o per l’altro, al critico non sono piaciuti. Le stroncature, insomma.

Anche se non si tratta di veri e propri critici di mestiere, ma piuttosto di professionisti prestati a quell’arte, gli accademici producono con grande diletto alcune delle stroncature migliori. Nella vita di un ricercatore universitario, che nelle materie umanistiche è fatta per la maggior parte di lunghe ore di lettura piuttosto noiosa, ci sono rari momenti di vero e proprio spasso, e uno di questi è quando ci si imbatte nella stroncatura di un libro nella sezione recensioni delle riviste.

Questo tipo di stroncature di solito utilizza due registri alternativi: quello del finto stupore oppure quello dell’aperto disprezzo. Al primo appartengono frasi del genere: «Il caro amico e collega X, autore del libro qui recensito, sembra dimenticare lo studio recente di Y, che avrebbe fornito ogni risposta ai suoi dubbî sugli anni di formazione di Gervasio di Tilbury», che tradotta significa: non sopporto l’autore, che oltre a essere cretino è anche ignorante. Quando ricorre al registro del finto stupore, l’accademico dice cose tremende in tono svagato, come se si fosse accorto quasi per caso che la ricerca è piena di buchi: il lettore apprezzerà dunque la leggerezza, persino la magnanimità dell’autore, in grado di far passare il messaggio crudele con tanto garbo.

Quando ricorre al secondo registro, invece, il recensore assume spesso il tono del Savonarola, di colui che denuncia l’imminente fine del mondo. L’accademico vive di astrazioni e generalizzazioni: e dunque anche una cattiva pubblicazione nell’ambito della filologia germanica, che può essere apprezzata forse da cinquanta persone tra coloro che son vivi, è in realtà il sintomo di un male più profondo, che colpisce la nostra cultura nazionale e la civiltà tutta dell’Occidente.

Altro ingrediente indispensabile, negli esempi migliori di questo registro, è la frecciata alle autorità – invariabilmente ignoranti e complici nella tragica situazione di scuole e università, come dimostrata dal libro recensito – nell’evidente speranza che dalle pagine di Rivista di Studi glottologici padovani potesse partire, dritta dritta, una mozione di sfiducia parlamentare ai membri del governo.

Un esempio di registro del disprezzo: «Ad ennesima riprova, se mai ce ne fosse bisogno, che lo stato del nostro sistema educativo è miserando, nonostante i vuoti proclami di qualche ministro e dei suoi caudatarî, duole notare a p. 27 un banale travisamento del significato del verbo latino prohibere, che l’autore improvvidamente rende con proibire, invece dell’assai più appropriato escludere, e ne fa seguire un’argomentazione assai poco cogente…». Che tradotta significa la stessa cosa dell’esempio precedente: l’autore è un insopportabile cretino, e pure ignorante.

Al di là delle riviste di settore, la stroncatura compare (compariva?) qualche volta anche in luoghi più accessibili, come i giornali o le riviste più divulgative. E questo è l’habitat in cui si muovono (o forse bisognerebbe dire si muovevano?) i critici di professione. Vi ho già parlato di quella che scrisse Harold Bloom su Stephen King, in occasione dell’assegnazione a King di un premio letterario, e che contiene frasi del genere:

[King] è uno scrittore immensamente inadeguato frase per frase, paragrafo per paragrafo, libro per libro. […] I suoi libri […] vendono milioni di copie ma, per l’umanità, fanno poco più che tenere a galla il mondo dell’editoria. Se questo è il criterio [per assegnare i premi] per il futuro, allora forse l’anno prossimo il comitato dovrebbe premiare per meriti speciali Danielle Steel, e di sicuro il premio Nobel per la letteratura dovrebbe andare a J.K. Rowling.

Dove, come si può intuire, l’idea di dare il Nobel all’autrice della saga di Harry Potter non è considerata una buona idea («La mente di Rowling è governata così tanto dai cliché e dalle metafore defunte che non conosce altro stile di scrittura», scrive Bloom).

Bloom non era parco in questi giudizi, diciamo così, piuttosto netti. Le prime cento pagine del Canone occidentale, la sua opera più famosa, sono un esercizio di critica letteraria straordinario, ma assai poco tenero con gli autori che a Bloom sembrano meno meritevoli (e mi fermo qui, perché mi addentro in territori rischiosi).

Ma il mio stroncatore preferito è un saggista da noi meno conosciuto, Dwight Macdonald. In una raccolta che contiene il saggio Masscult e midcult (questa è l’edizione a cui mi riferisco, mentre non sono sicuro di che cosa sia presente in questa edizione italiana, che mi sembra la più recente), in cui si definiscono con grande finezza due etichette divulgate al pubblico italiano da Umberto Eco, ci sono anche stroncature del Vecchio e il mare di Ernest Hemingway («Il fatto è che Hemingway è uno scrittore di racconti e non un romanziere. Capisce poco dell’argomento stesso dei romanzi…»), del new journalism di Tom Wolfe (o, come lo chiama Macdonald, «paragiornalismo») e di una nuova traduzione della Bibbia (che ovviamente all’autore non piace), oltre che di autori che non avevo mai sentito, ma verso cui ho ugualmente gustato la furia demolitrice scatenata da Macdonald.

Il fatto è che la stroncatura è come la maldicenza: lascia sempre un piacevole brividino, ci fa sentire più intelligenti e in qualche modo migliori, sia schierandoci con l’autore, sia contestandogli l’opinione. È una sensazione forse illusoria: alla fine, anche dai pettegoli ci si tiene alla larga, perché un giorno potranno andare in giro a spifferare i fatti nostri. Ma ogni tanto è giusto anche indulgere nel vizio: e quindi è bene scegliersi con cura qualche stroncatura che diverte, e andarla a ripescare ogni tanto, come nel giorno in cui si sgarra dalla dieta.


Bonus: Una stroncatura

Qualche settimana fa, un quotidiano ha pubblicato in allegato il testo di una conferenza di Umberto Eco intitolata Il complotto. Si tratta di una conferenza tenuta da Eco nel 2015 ed è la dimostrazione che il fenomeno contemporaneo del complotto interessò sempre Eco: una trentina d’anni prima aveva pubblicato infatti Il pendolo di Foucalt, il suo secondo romanzo, che sto leggendo proprio in questi giorni.

Il pendolo di Foucault è, come tutte le opere narrative di Eco, un libro notevole e allo stesso tempo faticosissimo. Il suo interesse coincide con quanto in esso c’è di saggistico; viceversa, in tutti gli aspetti propri del romanzo si avvertono limiti evidenti.

L’esperienza della lettura assomiglia a quelle chiacchiere con il compagno di università pedante che monopolizza la discussione e ha bisogno, per evidenti suoi problemi psicologici, di dimostrarti che, qualunque sia l’argomento di discussione, lui ne sa più di te. Uno di quelli che danno per scontato che tu conosca tutti i libri che ha letto lui – mettiamo che sia un esperto di epigrafia greca e tu un ingegnere elettronico – e che ogni tanto ti fa dei tranelli per scoprire se lo stai davvero seguendo, ma sempre sorridendo, ammiccando, volendo esserti amico. Allo stesso modo, Eco squaderna davanti al lettore la sua erudizione, pagina dopo pagina, e se è chiaro perché quei temi interessino a lui, è meno chiaro perché dovrebbero interessare al lettore.

I personaggi di Eco, infatti, hanno ben pochi motivi per fare le cose che fanno. Sembrano vagare per le stanze di una biblioteca e avere la funzione principale di aprire i libri sugli scaffali e leggerne lunghi brani. La trama del Pendolo è infatti poco più di un pretesto: c’è un grande Piano, di cui i personaggi parlano incessantemente e che finirà per assorbire anche loro; nel mezzo, un omicidio di una figura assolutamente secondaria, un viaggio in Brasile, rituali notturni e chi più ne ha più ne metta.

I capitoli sono ben centoventi, divise in dieci parti che prendono il nome delle dieci sefirot, un concetto della mistica ebraica. Sono certo che nel numero dei capitoli, nell’associazione del contenuto alle varie parti sono nascosti arguti misteri e sottili riferimenti: ma poiché voglio leggere un romanzo, e non risolvere un cubo di Rubik, passo sopra questi ed altri indizi senza troppi sensi di colpa.

Il protagonista, Casaubon – naturalmente il nome è una citazione – parla come tutti gli altri personaggi: cita, cita a più non posso, cita qualsiasi cosa nel piccolo – poesie scolastiche, testi ermetici e romanzi d’appendice – e nel grande – lunghe tirate sulla storia dei Templari, di cui è uno studioso. Lui e i suoi compari maneggiano e semplificano argomenti complessi con la stessa malagrazia con cui, nei blockbuster cinematografici, l’azione si interrompe e un personaggio spiega per filo e per segno tutto quanto sta succedendo (fa insomma uno “spiegone”). Un personaggio chiede qualcosa da bere: quell’altro gli risponde parlando per sette pagine dell’assedio di Ascalona.

I lunghi spiegoni sono comunque ciò che rende il libro interessante: l’avventura crociata ha un certo fascino in sé, anche se la finzione letteraria del romanzo la vuole assurdamente raccontata più o meno per intero ai tavolini dei bar. Sono contento di aver imparato qualcosa sui Templari, anche se avrei potuto leggermi una voce di enciclopedia. Se infatti è lodevole e meritorio voler avvicinare argomenti di storia religiosa e medievale al pubblico, nulla vieta di scrivere un saggio divulgativo, di quelli che in Italia si leggono raramente. Eco ha deciso invece di farci un romanzo. Dopo poche decine di pagine, il lettore, sfinito, rimpiange la scelta.

Intendiamoci, in realtà Eco non scrive affatto male: è anzi scorrevole e di facile lettura, come molti dei suoi notevoli saggi. Ogni tanto indulge troppo nell’accumulo e nella descrizione, arte difficilissima e di cui non è maestro (la scena iniziale, ambientata in un museo parigino e che dovrebbe essere drammatica, fa l’effetto del bromuro). Il suo vero talento è nell’ironia sottile dei suoi personaggi troppo intelligenti e nella satira sociale. Motivo per cui le pagine più riuscite, e giustamente più famose, sono quelle in cui presenta la truffa editoriale delle case editrici sorelle Garamond e Manuzio, presentate dalla parte dei truffatori.

Pagine tutte poggiate sulla bonaria presa in giro dei piccoli borghesi con velleità letterarie. A voler essere spietati, si potrebbe dire che anche Eco cade nel tranello di credersi scrittore, quando si sarebbe potuto accontentare di essere un grandissimo saggista.

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