Accuratezza
Che cosa fa la qualità di un libro · 3
Nella scorsa puntata ho parlato di scrittori annebbiati. Se siete nuovi qui, ecco una presentazione mia e dei temi di cui parlo. Se quello che trovi qui sotto ti piace, condividilo con qualcuno che potrebbe apprezzare. E infine, se non sei ancora iscritto/a, puoi ricevere le prossime uscite di questa newsletter nella tua casella di posta cliccando qui.
Quali sono le dimensioni da osservare in una buona opera letteraria? Questa serie è cominciata con una puntata dedicata alla coerenza e proseguita poi con la profondità. Oggi ci occupiamo della terza dimensione, l’accuratezza.

Abbiamo già avuto modo di commentare una frase di Ezra Pound contenuta in un saggio del 1933 e resa celebre da Raymond Carver: Fundamental accuracy of statement is the ONE sole morality of writing, che si potrebbe tradurre con: «La precisione essenziale dell’enunciato è l’unica moralità della scrittura».
Concetto assai affascinante, ma anche, per paradosso, poco preciso, perché definire che cosa sia la precisione nella scrittura è quasi impossibile. Se ne coglie il senso, in modo per così dire poetico, istintivo; la definizione analitica però sfugge. Ad esempio, come si fa a descrivere un oggetto con precisione? Si potrebbe sostenere che la descrizione sia un’operazione sempre e comunque imperfetta, dato che mette in contatto due mondi radicalmente differenti, quello dei sensi e il linguaggio. Sul rapporto tra significante e significato, d’altra parte, si sono scritte biblioteche.
Eppure mi pare che l’accuratezza – che uso qui come sinonimo di precisione, per richiamare più da vicino la frase di Pound – rimanga uno dei caratteri fondamentali della buona scrittura.
Per capire il motivo viene in aiuto un brano di George Orwell. In un saggio del 1946 (Politics and the English language), Orwell commentava alcuni brani che, a suo modo di vedere, testimoniavano la scarsa qualità della lingua inglese usata nel dibattito pubblico. I difetti principali che trovava nei suoi esempi erano due:
Il primo sono le immagini stantie; l’altro è la mancanza di precisione [lack of precision]. L’autore ha un significato e non riesce ad esprimerlo, oppure dice senza volerlo qualcosa d’altro, o ancora è quasi indifferente al fatto se le sue parole significano qualcosa o no. Questa mescolanza di vaghezza e pura incompetenza è la caratteristica più spiccata della prosa inglese moderna, e specialmente di ogni tipo di scrittura politica.
Orwell scrive insomma che la scrittura poco precisa è quella in cui si ha un significato e non lo si riesce ad esprimere in modo adeguato. Lo spunto è notevole, anche perché suggerisce una risposta a un problema non banale: come fa il lettore a percepire lo scarto, l’inadeguatezza? Orwell presuppone che la cattiva scrittura lasci comunque intravedere che cosa l’autore voleva dire. E dunque che sì, lo dica, in qualche modo, ma lo dica male, così che il lettore accorto resta in grado di rendersene conto. In effetti, leggendo certi esempi di brutta prosa, capita di cogliere che cosa l’autore volesse fare, se avesse avuto i mezzi per farlo. I peccati di accuratezza, insomma.
In positivo, invece, esistono scrittori straordinariamente accurati, in grado cioè di far coincidere in modo esatto le parole e ciò a cui esse rimandano (certo a patto di accettare che tale operazione sia possibile e che, contra molte riflessioni filosofiche, esista un nesso di senso tra i segni neri sulla pagina, o sullo schermo, e immagini della nostra mente). La più chiara espressione dell’accuratezza è semplice cura del dettaglio. Un esempio è Thomas Mann, con la sua capacità di rendere particolari del corpo e dei suoi movimenti con abilità quasi miracolosa (celebri le sue descrizioni delle mani).
L’accuratezza è difficile da definire perché dipende, appunto, dalla misura di uno scarto, quello tra ciò che le parole vorrebbero rappresentare e la loro espressione verbale. Minore è lo scarto e maggiore è l’accuratezza, anche se non si tratta di una misura quantificabile né esatta, dato che è la sensibilità del lettore a dover cogliere la distanza. Poco oltre le righe già citate, Orwell ne dà una definizione:
Ciò che serve è prima di tutto lasciare che sia il significato a scegliere la parola e non il contrario. In prosa, la cosa peggiore che si può fare è arrendersi alle parole.
La formulazione qui sopra è, di nuovo, assai efficace, per quanto mantenga un alone di mistero. Come fa il significato a scegliere le parole, e in che senso ci si può arrendere ad esse? Si potrebbe dire che un bravo scrittore sa, al contrario, seguire dove lo porta la penna (i suoni, i pensieri). Ma in Orwell il punto chiave è chi mantiene il controllo di questo processo. Il cattivo scrittore va alla deriva, si abbandona a luoghi comuni, a parole altisonanti ma vuote, perde il controllo del significato. Senza avere l’ambizione di essere più chiari di Orwell, ecco un’altra formulazione della buona scrittura: questa è tanto più accurata quanto meglio realizza il processo di tradurre i pensieri in parole.
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